IL DESIDERIO COME CREDO
Abstract
Attraverso l'ascolto di storie raccolte in contesti non convenzionali, carceri, tribunali, quartieri popolari, stanze d'analisi, si osserva come il desiderio non sia mai semplice tensione verso un oggetto, ma piuttosto una struttura portante dell'esistenza: ciò che tiene in piedi il soggetto quando tutto il resto vacilla. L'innovazione teorica consiste nel paragonare il desiderio ad un credo religioso laico. Come il fedele vive in funzione di un Dio invisibile, così l'uomo contemporaneo vive in funzione di ciò che non ha. Entrambi condividono la stessa "sostanza": attesa, sacrificio, fede in un compimento che non arriva mai del tutto. La differenza è che il credente lo sa. Il desiderante, invece, crede ancora che l'oggetto sia la soluzione. Attraverso il concetto di "desiderio di secondo livello" o "desiderio del desiderio", si sostiene che la salute mentale è nella capacità di "essere presente" nella mancanza. La tensione diventa così non un sintomo da curare, ma una condizione da coltivare. Guarire significa così imparare a desiderare meglio: spostare l'asse dall'avere all'essere e dalla meta alla direzione. L'articolo si chiude con una riflessione clinica: nelle aule di tribunale e nelle stanze d'ascolto, chi ha desiderato solo "cose" ha incontrato la rovina. Chi ha desiderato di diventare qualcosa, un padre migliore, per esempio, ha trovato una strada. Anche quando non l'ha percorsa fino in fondo.